
Arriva l'estate (anche se ne avrò la certezza solo dopo aver visto il nuovo spot dei solari Bilboa... ancora niente, fatemi sapere se lo avete avvistato) e non c'è niente di meglio per intrattenerci sotto l'ombrellone di un bel romanzo refrigerante, o del campionato mondiale di beach volley femminile nudista.
Io leggo un romanzo.
Il punto è che si tratta di "V.", di Thomas Pynchon, un autore che richiede un discreto sforzo di concentrazione già solo per leggerne il nome, un genio indiscusso che è tra le prime cause di ictus per coloro che la medicina definisce "miseri mortali".
[i geni indiscussi alla fine sono sempre i più discussi... quelli che vengono considerati intoccabili, che tutti esaltano e lodano, e se c'è qualcuno che non apprezza sta in silenzio e fa un passo indietro, non lo fa notare... finché non giunge un temerario che in tutta sincerità riveli: "a me sto genio indiscusso fa cagare" e le dighe crollano, il fiume sommerso di detrattori affiora e straripa sommergendo il genio indiscusso con valanghe di fango... da genio a stronzo è un attimo]
Tempo fa ho affrontato "L'arcobaleno della gravità" con la stessa consapevolezza e lucidità dello scimmione di 2001 al cospetto del monolito.
Insomma, Pynchon non è la tipica lettura estiva e probabilmente arriverò a voltare la 587sima pagina tra qualche mese. Ma il problema non è Tommy (adora quando lo chiamo così). Il problema, come sempre, sono io.
Da quando ho imparato a leggere, ho cominciato a divorare libri. Ottimi con un filo d'olio e aceto, ma quelli con la copertina rigida vanno lasciati a macerare per almeno 24 ore. Non ero comunque un piccolo emulo di Leopardi, ma un comune bimbo dalle ginocchia sanguinanti con una spiccata predisposizione per l'arrampicata libera sugli alberi. A differenza dei miei compagnucci di giochi, però, non disdegnavo le belle letture.
Nel corso degli anni i libri sul comodino si sono succeduti senza sosta. Ma se all'apice della mia fame letteraria non faticavo a mandar giù un libro in un sol boccone, in poche ore, progressivamente i tempi sono tornati ad allungarsi, le occasioni di lettura a diradarsi, i libri ad impolverarsi. Ho subito un'involuzione, e non ho nemmeno la scusante della mancanza di tempo. La mia mente, come tutta la mia persona, si è impigrita. Mi ritrovo anch'io schiavo dei piaceri più vacui, dei passatempi più spicci. Un imbarbarimento irreversibile.
Di questo passo potrei tramutarmi in spettatore della De Filippi. Se ciò dovesse accadere, invocherò l'eutanasia. E in questo caso anche la Chiesa approverebbe.
Mi chiedo: se perfino una mente illuminata come la mia, esposta durante tutto il suo sviluppo ai raggi più splendenti del sole della letteratura (...eh?), una mente brillante, fulgida, destinata a spazzare via per sempre le ombre dell'ignoranza e dell'inciviltà per inaugurare un nuovo Rinascimento (Ririnascimento o Rinascimento Bis), se anch'essa ora ha tirato le tende ed è piombata nell'oscurità, avvizzendo rapidamente come un uccello esposto al freddo vento dicembrino (!), SE CIO' DUNQUE E' ACCADUTO A ME, CON TERRORE MI DOMANDO, CHE SPERANZE CI SONO PER I GGIOVANI DI LUCIGNOLO?
Io leggo un romanzo.
Il punto è che si tratta di "V.", di Thomas Pynchon, un autore che richiede un discreto sforzo di concentrazione già solo per leggerne il nome, un genio indiscusso che è tra le prime cause di ictus per coloro che la medicina definisce "miseri mortali".
[i geni indiscussi alla fine sono sempre i più discussi... quelli che vengono considerati intoccabili, che tutti esaltano e lodano, e se c'è qualcuno che non apprezza sta in silenzio e fa un passo indietro, non lo fa notare... finché non giunge un temerario che in tutta sincerità riveli: "a me sto genio indiscusso fa cagare" e le dighe crollano, il fiume sommerso di detrattori affiora e straripa sommergendo il genio indiscusso con valanghe di fango... da genio a stronzo è un attimo]
Tempo fa ho affrontato "L'arcobaleno della gravità" con la stessa consapevolezza e lucidità dello scimmione di 2001 al cospetto del monolito.
Insomma, Pynchon non è la tipica lettura estiva e probabilmente arriverò a voltare la 587sima pagina tra qualche mese. Ma il problema non è Tommy (adora quando lo chiamo così). Il problema, come sempre, sono io.
Da quando ho imparato a leggere, ho cominciato a divorare libri. Ottimi con un filo d'olio e aceto, ma quelli con la copertina rigida vanno lasciati a macerare per almeno 24 ore. Non ero comunque un piccolo emulo di Leopardi, ma un comune bimbo dalle ginocchia sanguinanti con una spiccata predisposizione per l'arrampicata libera sugli alberi. A differenza dei miei compagnucci di giochi, però, non disdegnavo le belle letture.
Nel corso degli anni i libri sul comodino si sono succeduti senza sosta. Ma se all'apice della mia fame letteraria non faticavo a mandar giù un libro in un sol boccone, in poche ore, progressivamente i tempi sono tornati ad allungarsi, le occasioni di lettura a diradarsi, i libri ad impolverarsi. Ho subito un'involuzione, e non ho nemmeno la scusante della mancanza di tempo. La mia mente, come tutta la mia persona, si è impigrita. Mi ritrovo anch'io schiavo dei piaceri più vacui, dei passatempi più spicci. Un imbarbarimento irreversibile.
Di questo passo potrei tramutarmi in spettatore della De Filippi. Se ciò dovesse accadere, invocherò l'eutanasia. E in questo caso anche la Chiesa approverebbe.
Mi chiedo: se perfino una mente illuminata come la mia, esposta durante tutto il suo sviluppo ai raggi più splendenti del sole della letteratura (...eh?), una mente brillante, fulgida, destinata a spazzare via per sempre le ombre dell'ignoranza e dell'inciviltà per inaugurare un nuovo Rinascimento (Ririnascimento o Rinascimento Bis), se anch'essa ora ha tirato le tende ed è piombata nell'oscurità, avvizzendo rapidamente come un uccello esposto al freddo vento dicembrino (!), SE CIO' DUNQUE E' ACCADUTO A ME, CON TERRORE MI DOMANDO, CHE SPERANZE CI SONO PER I GGIOVANI DI LUCIGNOLO?

