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21/06/07

Leddura


Arriva l'estate (anche se ne avrò la certezza solo dopo aver visto il nuovo spot dei solari Bilboa... ancora niente, fatemi sapere se lo avete avvistato) e non c'è niente di meglio per intrattenerci sotto l'ombrellone di un bel romanzo refrigerante, o del campionato mondiale di beach volley femminile nudista.
Io leggo un romanzo.
Il punto è che si tratta di "V.", di Thomas Pynchon, un autore che richiede un discreto sforzo di concentrazione già solo per leggerne il nome, un genio indiscusso che è tra le prime cause di ictus per coloro che la medicina definisce "miseri mortali".

[i geni indiscussi alla fine sono sempre i più discussi... quelli che vengono considerati intoccabili, che tutti esaltano e lodano, e se c'è qualcuno che non apprezza sta in silenzio e fa un passo indietro, non lo fa notare... finché non giunge un temerario che in tutta sincerità riveli: "a me sto genio indiscusso fa cagare" e le dighe crollano, il fiume sommerso di detrattori affiora e straripa sommergendo il genio indiscusso con valanghe di fango... da genio a stronzo è un attimo]

Tempo fa ho affrontato "L'arcobaleno della gravità" con la stessa consapevolezza e lucidità dello scimmione di 2001 al cospetto del monolito.
Insomma, Pynchon non è la tipica lettura estiva e probabilmente arriverò a voltare la 587sima pagina tra qualche mese. Ma il problema non è Tommy (adora quando lo chiamo così). Il problema, come sempre, sono io.
Da quando ho imparato a leggere, ho cominciato a divorare libri. Ottimi con un filo d'olio e aceto, ma quelli con la copertina rigida vanno lasciati a macerare per almeno 24 ore. Non ero comunque un piccolo emulo di Leopardi, ma un comune bimbo dalle ginocchia sanguinanti con una spiccata predisposizione per l'arrampicata libera sugli alberi. A differenza dei miei compagnucci di giochi, però, non disdegnavo le belle letture.
Nel corso degli anni i libri sul comodino si sono succeduti senza sosta. Ma se all'apice della mia fame letteraria non faticavo a mandar giù un libro in un sol boccone, in poche ore, progressivamente i tempi sono tornati ad allungarsi, le occasioni di lettura a diradarsi, i libri ad impolverarsi. Ho subito un'involuzione, e non ho nemmeno la scusante della mancanza di tempo. La mia mente, come tutta la mia persona, si è impigrita. Mi ritrovo anch'io schiavo dei piaceri più vacui, dei passatempi più spicci. Un imbarbarimento irreversibile.
Di questo passo potrei tramutarmi in spettatore della De Filippi. Se ciò dovesse accadere, invocherò l'eutanasia. E in questo caso anche la Chiesa approverebbe.
Mi chiedo: se perfino una mente illuminata come la mia, esposta durante tutto il suo sviluppo ai raggi più splendenti del sole della letteratura (...eh?), una mente brillante, fulgida, destinata a spazzare via per sempre le ombre dell'ignoranza e dell'inciviltà per inaugurare un nuovo Rinascimento (Ririnascimento o Rinascimento Bis), se anch'essa ora ha tirato le tende ed è piombata nell'oscurità, avvizzendo rapidamente come un uccello esposto al freddo vento dicembrino (!), SE CIO' DUNQUE E' ACCADUTO A ME, CON TERRORE MI DOMANDO, CHE SPERANZE CI SONO PER I GGIOVANI DI LUCIGNOLO?

15/04/07

Mondadori mon haine


Ieri mi sono recato alla Libreria Mondadori e ho acquistato 5 Oscar Mondadori, ché era l'ultimo giorno degli sconti del 30%. Meno di 30 € per 5 bei libri non è per niente male, pur se devo convivere per un po' con il fastidio di averli donati interamente a quella casa editrice. Del resto hanno un catagolo pazzesco. E se D'Alema può perfino pubblicare con loro (però mi sa che gliene hanno dette così tante che non lo fa più...), fanculo, io potrò pure spenderli 'sti 30 €, visto soprattutto che compro roba bella e non i libri di D'Alema.
Comunque... ho portato a casa un cult, un classicone, due opere di due pezzi grossi e un'incognita.
Quindici anni fa Generazione X ebbe un tale impatto da divenire un marchio, destino curioso per quello che voleva essere un ritratto di una generazione che si distingueva (non distinguendosi) proprio per la mancanza di tratti comuni definibili. Così ancora oggi quest'etichetta salta fuori ogni volta in cui si discute di nonsisabenecosa. Finalmente potrò risalire all'origine di tutto leggendo il libro di Coupland, che già si presenta in maniera unica, con la sua forma quasi quadrata e le sue annotazioni a margine. Dieci piccoli indiani è riconosciuto come il capolavoro di Agatha Christie. Da ragazzino andavo avanti a pane e gialli, di ogni tipo, da quelli da camera all'inglese ai miei amati hard-boiled. Poirot però (poroporoppoppero però) spariva al cospetto di figure gigantesche come quelle di Holmes, Wolfe o Marlowe, così non mi appassionai mai particolarmente alle opere della scrittrice inglese. Ma questo libro, a quanto pare, è una delle vette massime del genere, ed è giunto il momento di verificarlo. Di Salman Rushdie non ho mai letto niente e non so bene cosa aspettarmi da lui. Prima o poi toccherà leggere Versi satanici per vedere cosa aveva fatto incazzare così tanto quell'equilibrato e simpatico ometto che era Khomeini, ma ho deciso di cominciare a esplorare il mondo dello scrittore indiano con qualcosa di più leggero: I figli della mezzanotte, 500 paginette di frizzante e tragicomico intrattenimento (ho sparato a caso). Del sommo Heinrich Boll, dopo aver letto il noto Opinioni di un clown, ho scelto E non disse nemmeno una parola. Sospetto di essere stato stregato dal titolo. Infine l'incognita, L'acquedotto di New York di E. L. Doctorow, acquistato ancor prima di fare qualche ricerca sull'autore a me del tutto sconosciuto. Sono stato catturato dall'ambientazione del romanzo, la New York di fine Ottocento, stretta tra la miseria e lo slancio verso la modernità.
Insomma, ne ho di roba da leggere, considerando anche il mucchio di precedenti acquisti che ancora mi attendono, sparpagliati per mensole varie. Una volta fatto, magari, tornerò a parlare di qualcuna di queste opere.

02/04/07

Alla faccia dell'orrore!


Viene un momento in cui lo vuoi vedere in faccia quello scrittore.
Mi è successo stamattina dopo aver letto un racconto di Joe R. Lansdale. "Piccole suture sulla schiena di un morto" s'intitola, anno 1986, ed è uno di quei racconti che ti fanno strizzare gli occhi, arricciare il naso e stringere i denti.
Vero anche che ero sul cesso mentre lo leggevo, ma posso assicurare che l'espressione intensa era dovuta al racconto.
Dopo aver letto una cosa come questa, così diversa dalle altre storie che la precedono in questa antologia di racconti e probabilmente anche da quelle che seguono, senti il bisogno di vederlo in faccia il tizio che ha messo in fila tante parole laceranti come seghe arruginite, e che solo qualche pagina prima ti aveva fatto sghignazzare.
Così digiti il nome in quello strumento miracoloso che è google e premi invio.
Joe R. Lansdale oggi e un signore coi capelli bianchi, robusto che quando sorride sembra un predicatore. Ma vai a pagina 2 e trovi quel che cerchi. Foto del 1989, seduto a un tavolo mentre legge un suo racconto, espressione da nerd, occhiali da nerd, taglio di capelli da nerd e felpa esageratamente da nerd. E tutto torna.
Sono davvero pochi gli scrittori all'altezza dell'immagine che ci si fa di loro leggendo le loro opere. Hemingway è un aitante uomo d'azione, sir Arthur Conan Doyle incarna un perfetto dr. Watson, lo sguardo di Philip K. Dick sembra un oscuro scrutare e Bukowski ha inciso sulla pelle ogni suo racconto.
Agli antipodi si collocano i maestri dell'orrore. Poe è uno Charlot fragile e senza gioia, il giovane Stephen King (nella foto) un cicciobombo che ogni bullo vorrebbe avere in classe e il trapianto di capelli di Dean Koontz è la sua invenzione più spaventosa.
I maestri dell'orrore sono, in tutta evidenza, degli sfigati.
Forse per questo sono così bravi a mostrarci la crudeltà.