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08/01/08

The Key to Reserva

Martin Scorserse ritrova tre pagine di una sceneggiatura perduta di Alfred Hitchcock e decide di girarle con lo stile del buon vecchio Alf. Il risultato è impressionante.



In realtà è solo uno spot, ma è anche l'ennesima dimostrazione che dentro Scorsese non ci sono più carne, ossa e sangue, ma solo purissimo concentrato di Cinema.

04/12/07

La salvezza dello sSpirito



Rovistando tra un mucchio di scartoffie in un armadio, ho sbattutto il grugno contro il mio "periodo Bukowski". Lo vissi da ragazzino, approssimativamente dopo il mio "periodo Chandler" e prima del "periodo Carver" ed ebbe come frutto una serie di racconti per organi caldi, colmi di parolacce, sesso e filosofia alcolica. Ero un 14enne che si fingeva un vecchio scrittore maledetto per sfogare le sue frustrazioni adolescenziali nei momenti vuoti tra una sega e l'altra. Bukowski fu come un frontale con un tir, al di là dei contenuti adoravo il suo stile unico, musicale, sincopato. Inoltre imparai tantissimi sinonimi per l'organo sessusale femminile.
Dalla pila di cartaccia è saltato fuori un racconto che avevo completamente dimenticato. Comincia così:

nove lattine sul pavimento sporco. una decima in mano, mezza vuota.
mezza piena? no no, mezza vuota.

Con quale incredibile maestria l'autore riesce, in sole due righe, a darci un'idea dell'ambiente e dello stato fisico e mentale del protagonista, oltre che del suo carattere!
Comunque... La storia è questa. Il protagonista, uno scrittore di nome Charles Brosky, passa la prima pagina e mezza a bere e a trattenere la vescica. Poi ha un'allucinazione: un lampo bianco, quindi l'apparizione di un uomo, dal naso grosso e con indosso una tunica, che mette il piede su una lattina e sbatte il culo a terra. L'allucinazione persiste e Brosky comincia a temere che si tratti di un pazzo pericoloso che, tra l'altro, parla in maniera curiosa. Brosky esce di casa e monta in auto e il Nasone si materializza come per magia sul sedile posteriore, facendo quasi prendere un colpo al nostro protagonista. Scopriamo finalmente che Nasone non è altri che Dante Alighieri, venuto per ricondurre Brosky sulla retta via. I due finiscono in un localaccio, vengono avvicinati da due donnine intraprendenti e Brosky fa ingurgitare a Dante un po' di bumba, per farlo sciogliere.
Il vecchio Dan ci prende gusto, manda giù una serie di whisky, fino a ritrovarsi svenuto sul pavimento. Brosky lo carica in auto e, giunto dinanzi casa, prova a farlo rinvenire. D'un tratto Nasone comincia a brillare e a levitare, subito sobrio, e un'altra apparizione illumina la scena.
Ma lasciamo che sia il racconto a parlare, qui riportato senza alcuna correzione o censura (che fortunelli che siete!).

lassù in mezzo alla luce c'era una Donna, incredibile. ne avevo, ne ho viste tante nella mia vita. le ho guardate da tutti i lati, da vicino, in tutti i punti più preziosi e belli che hanno. me la sono spassata, altre volte ci ho sofferto e ho preso il volo. ne ho viste di bellezze.
ed ecco quella Donna come una stella sulla mia testa, incredibile, indescrivibile.
Il mio veder fu maggio che 'l parlar mostra, ch'a tal vista cede.
Nasone levitò piano piano.
La Donna parlò: - C'è stato un errore maledizione. Ti abbiamo mandato dal tizio sbagliato. Ma come ti sei ridotto, che razza di angelo sei?
lo afferrò per un orecchio, Nasone gemette. poi scomparvero, la notte inghiottì la luce.
gridai: - MI DISPIACE AMICO!!!
La Donna era pur sempre una donna.
tutto sommato mi era andata bene. entrai in casa. accesi la luce.
sulla mia poltrona c'era un tizio con un cappuccio e una lunga tunica rossa. sorseggiava del whisky.
chiusi la porta e ne presi un po' anch'io.
- sei il mio angelo? quello giusto?
- Sì.
- piacere, Charles Brosky.
gli porsi la mano. la strinse.
- Giovanni Boccaccio.
- davvero?
- Sì.
- cazzo. sei sempre stato tu il mio preferito.
bevve il suo whisky e io bevvi il mio. lanciati a folle velocità verso la salvezza.

29/11/07

Tornando a lui...

Ma ci pensate se Rino Gaetano fosse vivo, tra noi, in quest'Italia mostruosa di politici deliranti, intercettazioni, omicidi plastificati, ultras scatenati, giornalisti senza domande, reality irreali, guerre di pace, crisi ambientali, processi infiniti, pd pdp udc dc?
Come racconterebbe tutto questo?
Così:

non più a gas ma a cherosene
il riscaldamento centralizzato più ti scalda più conviene
niente carbone mai più metano
pace prosperità e lunga vita al sultano
(Spendi Spandi Effendi)

Rare tracce di signori
benpensanti e non creduti
traffichini grossi e astuti
ricchi forti e incensurati
(Rare tracce)

Il vero metro è la ferrovia
che come la CIA te può insegnà
che una differenza sostanziale e profonda
fra prima e seconda ci deve stà
(Okay papà)

Ladri di stato e stupratori
il grasso ventre dei commendatori
diete politicizzate
evasori legalizzati
auto blu
(Nuntereggae più)

fabbricando scuole dai un tuo contributo personale all'istruzione
fabbricando scuole sub-appalti e corruzione bustarelle da un milione
fabbricando case popolari biservizi secondo il piano regolatore
fabbricando case ci si sente vuoti dentro il cuore
ci si sente vuoti dentro il cuore
ma dopo vai dal confessore e ti fai esorcizzare
spendi per opere assistenziali
per sciagure nazionali e ti guadagni l'aldilà
e puoi morire in odore di santità
(Fabbricando case)

lui è stato sempre puro come l'alito di chi
non beve e non fuma lava i denti tutti i di
profuma di roba francese e sulla camicia ha un foulard di chiffon
regala sorrisi distesi ai suoi elettori ai bambini bon bon
non teme ne estate ne inverno se andrà all'inferno ci andrà col gilet
dimentica i tuoi problemi imbarca i tuoi remi lui pensa per te
inaugura mostre e congressi autostrade e cessi ferrovie e metrò
(Capofortuna)

E su sei sempre il più e giù sei un uomo in più
e su sei sempre tu e giù non ci sei più
(Su e giù)

a te che odi i politici imbrillantinati
che minimizzano i loro reati
disposti a mandare tutto a puttana
pur di salvarsi la dignità mondana
a te che non ami i servi di partito
che ti chiedono il voto un voto pulito
partono tutti incendiari e fieri
ma quando arrivano sono tutti pompieri
a te che ascolti il mio disco forse sorridendo
giuro che la stessa rabbia sto vivendo
stiamo sulla stessa barca io e te
(Ti Ti Ti Ti)

Beati sono i santi, i cavalieri e i fanti;
beati i vivi, i morti ma soprattutto i risorti
Beati sono i ricchi perché hanno il mondo in mano
Beati i potenti e i re e beato chi è sovrano
Beati i bulli di quartiere perché non sanno ciò che fanno
Ed i parlamentari ladri che sicuramente lo sanno
Beata è la guerra, chi la fa e chi la decanta
Ma più beata ancora è la guerra quando è santa
Beati i bambini che sorridono alla mamma,
Beati gli stranieri ed i soufflé di panna
Beati sono i frati, beate anche le suore
Beati i premiati con le medaglie d'oro
Beati i professori, beati gli arrivisti ,
I nobili e i padroni specie se comunisti
Beata la frontiera beata la finanza
Beata è la fiera ad ogni circostanza
Beata la mia prima donna che mi ha preso ancora vergine
Beato il sesso libero si ma entro un certo margine
Beati i sottosegretari i sottufficiali
Beati i sottaceti che ti preparano al cenone
Beati i critici e gli esegeti di questa mia canzone
(Le Beatitudini)

13/11/07

Beati sono gli sceneggiatori di fiction


Ci sono molti modi in cui potrei e vorrei scrivere questo post, che ha come obiettivo il sottolineare che immane porcheria fosse la fiction su Rino Gaetano, trasmessa su rai1. C'è il modo dettagliatamente analitico, argomentato, obiettivo. Ma avrei bisogno di una mezzoretta di isolamento mentale per buttarlo giù, e nella casa in cui sto non è possibile, soprattutto a quest'ora. Ci sarebbe il modo incazzato e sbrigativo, che mi tenta moltissimo.

Poi c'è il modo in cui lo sto scrivendo, di getto, disordinato, istintivo. Il fatto è che non c'è granché bisogno di analizzare approfonditamente la fiction, perché è sotto gli occhi di chiunque con un minimo di discernimento che schifezza fosse e quanto poco avesse a che fare col personaggio, anzi no, con la persona al centro della storia. E non serve nemmeno stare a parlare delle mastodontiche libertà che gli autori si sono presi nel narrare e nell'inventare di sana pianta episodi della vita del cantautore calabrese. Non serve, perché quello è solo un tizio che hanno deciso di battezzare Rino Gaetano, è solo una questione di omonimia.

Quindi, adesso che abbiamo svelato l'arcano (pensavate fosse quel Rino, invece era suo cugino), rassereniamoci e passiamo in rassegna le caratteristiche principali di questo personaggio che gli sceneggiatori (cinque, dico, ben CINQUE menti illuminate! non oso immaginare quali dinamiche "creative" hanno portato alla nascita della meravigliosa opera) hanno creato. Il loro Rino Gaetano è alcolizzato, drogato, insensibile, ingenuo, idiota, sfigato, maniaco depressivo, pezzo di merda, puttaniere, fantoccio, infantile, egoista, viscido, deprimente. Insomma, uno che a scuola nessuno voleva come compagno di banco. Uno che, se lo incroci per strada fai finta di non conoscere. Quel tipo di essere umano, come dire... Una merda.

Vogliamo poi parlare delle isolate e originali trovate registiche?

Vogliamo ricordare come nella didascalia finale sia stato omesso che il cantante, a seguito dell'incidente per cui sarebbe morto, fosse stato respinto da ben cinque ospedali della capitale?

No, meglio di no. Limitiamoci solo a ricordare le tette delle due protagoniste femminili e niente più.

Sipario.

10/08/07

I’m a friend first, boss second. Probably entertainer third.


Solo due stagioni da 6 episodi ciascuna, più un lungo episodio speciale. Questa la vita breve ma significativa di The Office, serie inglese del 2001 esilarante e incredibilmente influente. Non è una sit-com, bensì un mockumentary, un finto documentario girato all'interno di un ufficio, filiale di un'azienda cartaria, situata in una noiosa cittadina nei pressi di Londra. Ufficio grigio, lavoro grigio, completi grigi, cielo grigio. E una serie di personaggi che provano, con poca o tanta convinzione, a dare un tocco di colore a questa monotonia.
Protagonista assoluto, nonostante la rilevanza e la consistenza degli altri elementi, è David Brent, il boss dell'ufficio, uno dei più grandi personaggi mai creati per la televisione.
La forza di David Brent è la sua riconoscibilità, l'essere una summa di tutti i difetti di ogni manager che si rispetti (son tipi gretti, che altro ti aspetti?). Vanaglorioso con ostentata modestia, amichevolmente ipocrita, incosapevolmente grossolano, dotato di uno smisurato talento nel raccontare barzellette che non fanno ridere, nel compiere gaffe di portata epica, nel rendersi ridicolo tentando di rendersi attraente. Ed è in questi momenti di imbarazzo, di silenzio pesante, di sguardi che cercano una via di fuga, che The Office raggiunge le sue vette. Quando ci ritroviamo a ridere, e ridiamo di noi stessi, delle nostre brutte figure, del nostro imbarazzo.
Per questa sua capacità di essere mostruosamente umano, Ricky Gervais, attore di nessuna esperienza, nonché co-autore della serie, assurge all'olimpo delle star televisive.
Altri personaggi straordinari sono Gareth (con il pene in mano nella foto), il dinoccolato e ottuso assistente di Brent, zimbello dell'ufficio, e Tim, trentenne dallo spiccato senso dell'umorismo, senza prospettive e ambizioni.
L'impatto di questo innovativo mockumentary è confermato dai numerosi cloni in giro per il mondo, il più famoso dei quali è quello statunitense con protagonista Steve Carrell.
The Office è approdato in Italia sui lidi di Mtv, in una versione assurdamente doppiata, che io non ho visto. Perché The Office dev'essere TASSATIVAMENTE visto in versione originale (e pazienza se sfugge qualcosina).
Altrimenti non ne vale la pena.

22/05/07

Rock Will Save The World #02 - DISORDER



Oggi che mi sento come se un Alien dentro il mio stomaco avesse deciso di suicidarsi per la depressione (se appoggiaste un orecchio al mio ombelico lo sentireste singhiozzare... ma difficilmente lascio avvicinare qualcuno al mio ombelico), e c'è questo cielo che dovrebbe vergognarsi di sé stesso, è il momento adatto per abbandonarsi ai Joy Division.

Giugno 1979, nasce il sottoscritto. Del tutto ignaro (stranamente) che nel Regno Unito un altro parto altrettanto importante si è concluso, portando alla luce, ma sarebbe meglio dire "all'oscurità", "Unknown pleasure", album che definisce la gothic music insieme alle prime opere dei Bauhaus e "Pornography" dei Cure.
Gli anni 70 sono un decennio pieno di fuochi che si conclude con l'esplosione punk, grosso botto dalla vita breve ma che lascia sul campo molte macerie. Una nuova onda di musica si riversa sul terreno sgombro, ma ha molte facce e molte anime differenti. Se certi reduci del punk decidono di combattere e ricostruire caricando di significati politici il loro lavoro, altri sprofondano in un abisso di alienazione, confrontandosi con i lati più oscuri del loro animo, un tunnel senza alcuna luce in fondo.
Ian Curtis in questo tunnel ci è nato e non ne uscirà mai fino alla morte, per suicidio, a 23 anni. Affetto da epilessia come ne è affetta la musica del suo gruppo, tetra, martellante, ipnotica, tesa, spesso irrimediabilmente disperata, Curtis non crede nella cura, come il suo collega Robert Smith, ma solo nella fredda autopsia dei sentimenti.
"Disorder", traccia di apertura dell'album, richiama fin dal titolo la malattia e ci trascina dentro. E' un agguato. Morris comincia l'attacco con i colpi secchi della sua batteria, Hook ci costringe a una corsa frenetica incalzandoci col basso, Albrecht colpisce con sciabolate della sua chitarra lunare e ormai senza scampo non possiamo che arrenderci alla voce di Curtis.

I've been waiting for a guide to come and take me by the hand,
Could these sensations make me feel the pleasures of a normal man?
These sensations barely interest me for another day,
I've got the spirit, lose the feeling, take the shock away.


E' questa la musica dei Joy Division, scarna, affilata, lacerante, profonda. Una musica che ancora oggi ha una grossa influenza su molti artisti, preda della vertigine che offusca la vista, del pulsare doloroso che echeggia nel petto.

Rock è quando si è soli nel buio, anche al sole del mattino, tra la folla.

20/04/07

Sempre la stessa faccia

Parto da Balloons Blog che mi fa riscoprire "Kyrie & Leison", la strip di Pino Zac (qualche fugace incontro lo ebbi tantissimi anni fa e non so dove... eppure quel prete e quel diavolo li ho riconosciuti a prima vista). Seguo il link che mi conduce a un'essenziale galleria di alcuni suoi lavori (bellissimo "C'è del verde in città") e subito mi salta all'occhio l'immagine che vedete quassù. Una copertina del leggendario "Il male" e quella faccia inconfondibile.
E non so se sono più ammirato dalla sfrontatezza (coraggio, sfacciataggine, impertinenza, temerarietà, palle) del ritratto o afflitto nel constatare che dopo 25 anni quella faccia è sempre la stessa.

28/03/07

This is for Joe

L'ho scoperto casualmente e devo confessare che mi son fatto fregare, il brividino d'emozione mi è scappato.

17/03/07

Ed è subito sera (sul molo).


A 26 anni Otis Redding fece un po' di cose essenziali.

Scrisse il più bel verso mai scritto per una canzone.

Lo incastonò in una delle più belle canzoni della storia della musica.

Morì.

Nella sua breve vita aveva già creato alcune gemme che sarebbero divenute imprescindibili per la musica soul, ma il meglio lo tenne per la (inaspettata) fine.

(Sittin' on) The Dock of the bay è una canzone amata da molti, conosciuta da milioni, rifatta da centinaia, sentita da tutti almeno una volta.

E' un brano unico, non solo per il cambiamento stilistico che la differenzia in maniera evidente dal resto della produzione di Redding e dal soul dell’epoca, ma soprattutto per ciò che dice e per come lo fa.

Perché racconta la solitudine, quella di Quasimodo e non della Pausini, e lo fa partendo da lontano, dalla Georgia, per arrivare in un molo di San Francisco. Ché non ho niente per cui vivere, e niente di buono incrocerà la mia strada. E tanto vale restare seduto a guardare le navi allontanarsi.

E per come lo fa, con la delicatezza di un cacciatore di farfalle, con una ballata vivace, fischiettando, ingannandoci. Ci inganna Otis, facendoci canticchiare la nostra solitudine. Intrappolandoci con il verso più bello e spietato mai scritto:

This loneliness won't leave me alone


Siamo in gabbia. E' un verso che non lascia scampo.

A gennaio del '68 il più bel verso mai scritto vibrò nelle radio, cantato dalla voce di un morto.

Un mese prima il charter su cui viaggiava Otis si era schiantato, e fu l'ennesima futura legenda della musica dalle ali spezzate.

Del resto Oguno sta solo sul cuor della terra...