31/10/07

Lu primm'ammore


Si chiamava Nicole Chapman e io ero pazzo di lei. La gente diceva che ero pazzo e basta, che la differenza di età tra noi era un ostacolo insuperabile. Lei aveva 16 anni e io 3. Forse per questo non mi feci mai avanti. E adesso, sapendo l'età delle fidanzate di Briatore, mi mangio le mani.
Passai gli anni a spiarla in silenzio, Nicole. Piangevo per un nonnulla, mi sbavavo addosso pensando a lei, bagnavo il letto sognandola. E anche quando non la sognavo.
Io, invisibile, la osservavo ogni giorno, la seguivo tra le aule e i corridoi della scuola. Era piccola, sinuosa, morbida, calda come un bonbon al liquore. Quando danzava sembrava una gatta e sentivo il mio cuore sanguinare sotto i suoi artigli, e quando cantava sapeva ruggire e poi spiccare il volo come un angelo. Mi bastava. Il mio amore era puro e innocente, mi beavo nel pedinarla con gli occhi, mi saziavo della sua visione.
Avrei voluto mandarle lettere d'amore, ma ancora non sapevo scrivere.
Non provai nemmeno gelosia quando a conquistarla fu Jesse Velazquez. Bravo ragazzo, in fondo, Jesse, sotto quella scorza da macho. Non m'importava che fosse lui a stringerla tra le braccia. Del resto cosa potevo offirle io, a parte le caccole? Era sufficiente che Nicole esistesse, che i suoi occhi neri brillassero come due pozzi profondi che riflettono il cielo stellato.
Ah Nicole, che amore è stato il nostro, diretto, semplice, un viaggio su una strada lunghissima e dritta, ma a senso unico. E passo dopo passo io crescevo e invecchiavo mentre tu restavi la stessa. La solita 16enne che sembrava più matura.
Tu, eterna donna-bambina, se solo t'incontrassi oggi che sono un uomo, se potessi finalmente avvicinarmi... mi arresterebbero.

25/10/07

Tu partorirai senza dolore!

Oggi mi è capitata una cosa bella che non mi capitava da tempo, o che addirittura non mi era capitata mai. Qualche ora fa, mentre guidavo sotto un cielo grigio sputacchiante, mi è venuta un'idea per una sceneggiatura, una storia breve, massimo tre tavole, pensavo.
Al centro c'era un dialogo che mi si snodava in testa, incurante dei semafori e dei pedoni.
Tornato a casa mi sono messo davanti a questo monitor e ho buttato giù questo dialogo, che in realtà assomiglia più a un monologo, perché... be', c'è un motivo valido, giuro.
Quindi ho aperto word e ho cominciato a stendere la sceneggiatura. Liscia, facile, (semplice?), dritto come un treno, godendomela tutta mentre mi si dipingeva sotto gli occhi. E qualche minuto fa ho terminato. Cinque tavole (col trucco) in tutto.
Dall'ideazione alla conclusione in tre ore, a me, uno degli esseri creativamente (per non dire mentalmente) più lenti del pianeta, non era mai capitato. Record personale.
Allora farà schifo, diranno alcuni di voi.
Ma schifo farai tu, risponderò io.
Dal titolo alla fine in un sol boccone, è un'abbuffata che mi ci voleva.

20/10/07

Comicità zen

Un buddhista entra in un caffè e con cordialità saluta ad uno ad uno tutti i presenti. Il barista digrigna un "Salve", il tedesco gli mostra il dito medio, il francese sputa a terra e l'italiano risponde "Ma vafanculo!". Il buddhista chiede per favore un bicchiere d'acqua. Il barista tira fuori dal sacco della spazzatura un bicchiere di carta e poi si reca nel retrobottega. Si ode il rumore di uno sciaquone, quindi il barista torna con il bicchiere colmo d'acqua. Il buddhista lo ringrazia con svariati inchini. Il tedesco dice: "Dopo che facciamo l'amore mia moglie mi prepara sempre un piattone di wurstel e crauti und un boccale di birra!". Allora il francese dice: "Dopo che facciamo l'amore mia moglie mi prepara un piatto di escargot e stappa lo champagne!". All'italiano scappa un rutto e dice: "Scusate, ma i wurstel con lo champagne più la pepata di cozze di mia moglie mi danno acidità..." Al che il buddhista dice: "Io non mangio da cinque giorni ma l'Amore che provo per voi sfama la mia anima e colma di gioia la mia vita."

11/10/07

Cose che tutti preferirebbero non sapere e che nessuno ha mai nemmeno lontanamente immaginato di chiedere

Evviva, sono stato nominato per la mia prima catena di blogger. Mi ha tirato dentro accakappa ed è una di quelle catene insidiose che possono rovinare per sempre l'ottima reputazione che uno si è meticolosamente costruito nel tempo.
Per fortuna non è il mio caso.
Ma vi ricordate quando arrivavano le vere catene di Sant'Antonio, malefici oggetti in carta e ossa? Quelle che promettevano immani sventure se non le avessimo inoltrate?
Ahaha, io le stracciavo, le bruciavo, me ne fottevo alla grande di quegli strumenti malefici che facevano breccia nelle menti più deboli e impressionabili! Fanculo a voi e alle vostre stupide superstizioni!!!

E infatti adesso ho una vita di merda.

Quindi aderisco di buon grado a questa catena che ha come argomento "Cose, nomi, animali e mestieri che non sapete di me".

- Una volta ho rischiato la vita per una ragazza ma l'unico punto in comune con Romeo e Giulietta è che lei stava in balcone quando l'ho avvistata. Ero in sella allo scooter ed incantato, con la testa per aria, sono andato a sbattere contro l'auto che mi precedeva. Son caduto di lato, la mia testa protetta dal buon vecchio casco non omologato ha picchiato sull'asfalto e ho visto la ruota anteriore sinistra di un'auto venirmi incontro e passare poco distante dal mio inutile cranio. Da quel momento fino a quando ho lasciato la scena non ho più guardato verso il balcone.

- Mi perdo spesso in elaboratissime fantasticherie che mi vedono vestire il ruolo dell'uomo più amato del pianeta, possessore di meravigliose e uniche qualità che non possono non suscitare l'ammirazione di ogni essere senziente, l'invidia dei meschini e l'eccitazione delle donne.

- Ci sono episodi che mi riguardano talmente imbarazzanti che la sola idea di scriverli fa apparire la prospettiva di trascorrere tutta la mia esistenza su una piccola isola con la sola compagnia di Malgioglio come il minore dei mali.

- Da bambino giocavo a calcio con un'amichetta. Io contro di lei, porta a porta, ognuno da un lato del piccolo cortile del condominio. La chiamavamo "La partita infinita" perché abbiamo continuato a disputarla per anni, senza azzerare il punteggio. Credo che complessivamente avessimo superato quota 2500 goal e sono abbastanza sicuro che sia un record. Oggi quella mia amica d'infanzia è una monaca di clausura.

- Footloose era uno dei miei film preferiti e sicuramente quello che ho visto più volte. Io non ballo. Alle feste ero quello sempre seduto da una parte. Ma segretamente sognavo che Kevin Bacon arrivasse in città in sella ad un trattore e mi insegnasse quei magnifici passi. Non è successo.
Del resto immagino ci voglia un po' per arrivare in trattore dall'America.

- Quella domenica mattina di più di 10 anni fa ero a casa a cazzeggiare (cosa che faccio sempre) col Biondo. Mi misi a canticchiare "Dune Buggy" (cosa che non faccio mai), canzone degli Oliver Onions dalla colonna sonora di ...altrimenti ci arrabbiamo, 1974, regia di Marcello Fondato. Poi accesi la radio (cosa che non faccio mai) sintonizzata su una stazione a caso. E Quella Fottuta Radio Trasmetteva Dune Buggy! (Cosa che la radio non fa mai!)
Cominciai ad imprecare (cosa che faccio spesso) colmo di stupore & terrore, finalmente consapevole che siamo solo burattini sotto la spietata regia di una mano superiore. Quella di Marcello Fondato. Colonna sonora degli Oliver Onions.

- Se me ne andrò per morte naturale, sarà per un attacco di cuore.

Giro questa catena a cetra, perché è una brava ragazza e so che non mi deluderà. A ScuoladiLadri & Lucy (mi rifiuto di chiamarla col suo nuovo nick) perché se no mi metto a piangere. Ad ABS&Ganglio, perché so che ABS non la farà al contrario di Ganglio, il quale potrà una volta per tutte dimostrare che razza di essere infimo sia il suo coinquilino di blog. Clemente Mastella, così che si possa distrarre dalle cose brutte e cattive che gli stanno capitando in questo periodo. E infine ad Ossimorosa, per leggere la motivazione arguta con cui declinerà l'invito.

05/10/07

Passeggiata a mare


Cinque ragazzi indiani giocano a cricket.
Soffia un vento leggero e fresco. Qui c'è sempre.
Lo scafo di una barca a vela, grigio chiaro e lucidissimo, è acceso dal sole e riflette le increspature dell'acqua, guizzanti lingue d'oro in eterno movimento. D'improvviso le imbarcazioni si agitano, cominciano a ballare, sbatacchiate da un'onda più grossa nata a largo, dall'acqua docile e lo scafo irruente di un traghetto già lontano.
Gruppi di vecchi conversano, seduti sulle panchine o appoggiati alla ringhiera. Gli alberi sono grandi e forse più vecchi di loro, i loro lunghissimi rami si distendono per parecchi metri, sporgendosi in alcuni punti oltre la ringhiera per protendersi verso il mare. Un pescatore, uno dei tanti, tira su un pescetto ed un gatto si scuote lesto dal suo molle riposo e gli si avventa contro, senza successo, tra gli schiamazzi e le risate della gente. Che non lo sfiorano.
Coppiette si baciano, ignoranti.
Ragazzi corrono in lunghi giri, mi passano davanti ad intervalli irregolari.
Un tizio si è tolto le scarpe, ha appoggiato i piedi sulla panchina su cui siede. Così raccolto, legge un libro.
Quattro turisti si fermano per fare delle foto. Immagino di intavolare una conversazione con loro. Metto faticosamente in fila nella mia testa quelle parole straniere, ma disertano subito. I forestieri mi chiederebbero cosa stia facendo seduto qui, con questo quaderno in mano.
"I'm taking pictures too." rispondo, ed è una risposta davvero figa e mi crogiolo nella loro smisurata ammirazione.
Ma in realtà sono già lontani, come il sole che non carezza più lo scafo grigio. L'eterno movimento è adesso invisibile.
Cinque ragazzi indiani giocano a cricket.

27/09/07

Ai miei tempi


A un certo punto i Nostri Tempi non sono più nostri, non sono più tuoi. A un certo punto ti guardi in giro, guardi quelli, i giovani, e cominci a pensare "Ai miei tempi..." E sebbene hai sempre sospettato che prima o poi sarebbe successo, di certo non immaginavi che il momento sarebbe giunto così presto.
Per me è arrivato da un bel po', ma non so di preciso quando. Forse si comincia con i cartoni, che "Ai miei tempi sì che c'erano bei cartoni, non queste cazzate che vedete ora, i porkemon, gli yougurt-oh, i dragonboh. Ai miei tempi c'erano i Tigerman e i Devilman che facevano vedere il sangue, capito bambocci?"
Che se fosse venuto uno, ai miei tempi, a dirmi queste cose, probabilmente avrei pensato: "E sticazzi". I bimbi di oggi no. Mi guardano in silenzio e mi ascoltano. Poi mi pestano, mi danno calci in faccia con le crocs. Mi fanno vedere il sangue, come Tigerman. I bimbi di oggi si vestono alla moda. A me, da bambino, i vestiti li compravano la mamma o la nonna. I maglioni li facevano a mano. E io li indossavo. Andavo in giro avvolto in arazzi settecenteschi, ché mia madre si sentiva creativa. Quando giocavo a nascondino gli amichetti mi vedevano a centinaia di metri di distanza. I bimbi di oggi hanno il consulente d'immagine. Potrebbero apparire sulla copertina di una rivista patinata. E ci entrerebbero a grandezza natuale. Non capisco mai se sono bambini o dei trentenni nani. Li vedo passare in gruppi rumorosi e vivaci, ricoperti di firme, di D&G, di Richmond, di Frutta (non omogeneizzata), mentre picchiettano sui loro cellulari-prototipo e tirano marlboro, diretti a scippare e stuprare una vecchietta o a dar fuoco ad un barbone, e, con un misto di paura e ammirazione, mi mimetizzo con il muro grigio di un palazzo, favorito dai miei abiti Oviesse. Ai miei tempi con gli amici ci si ruzzolava nel fango, si giocava a pallone, ci si ruzzolava nel fango, si correva in bici, ci si ruzzolava nel fango, si giocava a guardie e ladri, ci si ruzzolava nel fango, mentre le bambine preparavano tortine di fango per quando avessimo finito di ruzzolarci nel fango. E se qualche giorno fiacco si stava un po' tranquilli a fare i compiti e a guardare la televisione, mia mamma arrivava e diceva: "Basta tv, ora vai fuori a rotolarti nel fango!". Ovviamente non quando indossavo il maglione con la riproduzione de L'Ultima Cena.
Poi, un po' più cresciuti, con gli amici si usciva a passeggiare in Centro. A piedi, che ai miei tempi le macchinine ultra-lusso da 15000 euro per i non-patentati non c'erano. Magari capitava di veder passare delle scatolette orribili, sfigatissime, guidate da ultracentenari o da tizi a cui avevano fatto a coriandoli la patente, che non potevi fare a meno di indicarle e gridare "Ah ah!". No, noi uscivamo a piedi e andavamo a comprare roba all'Upim o alla Standa, che di entrare in un negozio, quelli con i commessi che ti sorridono e agognano serviriti in tutto e per tutto, non ci passava nemmeno per la testa. E compravamo pacchi di mille magliette Fruit of the Loom, 300 magliette 5000 lire, me ne son cadute 50 in più signo', che faccio, lascio? E i jeans James Dillon, la cui etichetta recitava "Questo jeans si autodistruggerà entro 30 secondi", e i bidoni di gel made in Chernobyl che hanno annientato le capigliature delle migliori teste della nostra generazione.
E le Converse All-Star.
Qualche anno fa ho ricomprato un paio di Converse. Erano tornate di moda, dopo che per anni parevano estinte. Poi ho scoperto che la casa è stata acquisita dalla Nike. Ho comprato le mie solite Converse, quelle blu, pagate cinque volte di più che ai miei tempi. Andando in giro con le mie nuove Converse ai piedi mi sentivo in colpa. Incrociavo ragazzini e ragazzine ricoperti di firme e con le Converse ai piedi e realizzavo di avere le scarpe alla moda. Le Converse, tra le più scomode mai create grazie alla suola ultrasottile (ma come cazzo facevano a giocarci a basket?), con il loro eterno e inestinguibile puzzo di copertone bruciato, fatali in caso di pioggia, che si scollano, si bucano e si strappano sempre lì, nel solito punto, a metà del lato interno, proprio dove la scarpa si piega quando si cammina. E 'sti ragazzini, 'sti modelli in erba, giravano con le mie stesse scarpe. Ed io pensavo: "Ma che cazzo ne sapete voi, che ai miei tempi queste scarpe, qui da noi, non le cagava nessuno, che costavano 30mila lire alla Standa, e voi manco sapete che c'era la Standa e tra un po' vi scorderete pure della lira e delle Converse, ma io delle Converse non me ne scorderò mai!".
Così ogni volta che le guardo, che le calzo, che le allaccio, che sento un copertone bruciare, penso ai miei tempi. E a quanto cazzo ho pagato 'ste scarpe di merda.

24/09/07

Sono uno scrittore

In quel periodo non mi riusciva di scrivere niente. Non è che mi mancassero del tutto le idee, ma non ero in grado di poggiare la penna su un pezzo di carta o le dita sulla tastiera, sebbene tutti gli arti funzionassero alla perfezione. Far apparire quelle maledettissime lettere sul foglio bianco mi costava una fatica enorme, neanche fossi un prestigiatore dilettante alle prese con il trucco di magia più difficile al mondo.
Le idee c’erano, sì, ma per la gran parte erano sciocche e le facevo fuori senza pensarci troppo. Sulle altre, le sopravvissute, rimuginavo così tanto che poi mi sembrava non valesse più la pena di metterle su carta. Le tenevo a cuocere sul fuoco così a lungo che finivo per bruciarle e buttarle via.
Insomma, avevo una gran fame e la dispensa era vuota.
Era un bel pomeriggio di fine settembre e decisi di andare alla spiaggia per schiarirmi la mente. Presi una penna nuova ─ a mio parere non c’è niente di più allettante per uno scrittore dello sverginare una bella penna ─ e un vecchio quaderno quasi immacolato. Anni prima vi avevo scritto quelli che sembravano essere dei testi per canzoni, in inglese, sebbene non avessi una band, fossi stonato come una campana e la mia padronanza dell’idioma d’Albione si riducesse a una serie di parole sconnesse apprese a scuola, utili per chiedere indicazioni su come raggiungere Piccadilly Circus se mai mi fossi smarrito a Londra. Da Piccadilly, poi, sempre dritto.
Leggendo quelle rime imbarazzanti mi venne voglia di stendermi a letto e abbracciare il cuscino, ma resistetti.
In spiaggia non c’era nessuno, eccezion fatta per alcuni pescatori dilettanti occupati a sfamare la fauna marina e un tizio a torso nudo, flaccido, che ci dava dentro con flessioni e addominali. Faceva delle brevi serie alternate a lunghissimi recuperi, spalmato sulla sabbia come una medusa.
Mi incamminai per il lungomare. Dall’altro lato della strada passeggiava una ragazza, sola, con l’aria di chi è assorto nei suoi pensieri.
Io non lo ero. Mi distraggo facilmente, ho una concentrazione inferiore a quella di un bambino costretto in casa a studiare mentre fuori sfila il circo con tanto di elefanti, scimmie musiciste e donna barbuta.
Guardavo il mare azzurro e calmo, cercando di mettere a fuoco la storia per un racconto, ma tutto ciò a cui riuscivo a pensare era quanto fosse azzurro e calmo il mare. Ogni tanto qualche patito dello jogging mi superava e io ne fissavo la schiena finché non spariva dietro la curva, un centinaio di metri più avanti, constatando con un certo stupore quanta poca gente ci sia al mondo capace di correre nel modo corretto. Ad esempio quel mio compagno del liceo che ad ogni passo sembrava stesse per lanciarsi in un triplo carpiato con avvitamento, tuffo dall’elevato grado di difficoltà, soprattutto se effettuato sulle ruvide mattonelle del cortile della scuola. Era molto più versato nel divorare dolciumi. In quegli anni abbiamo consumato centinaia di granite, al bar vicino scuola. Mi andrebbe proprio una granita, pensavo, se non fosse per questo fastidio ai denti. Dio, non posso nemmeno bere dell’acqua tiepida senza avvertire fitte di gelo nelle gengive e sentirmi come Leonardo Di Caprio in Titanic. La scena in cui era a mollo nell’Atlantico, non quella in cui si faceva la rossa. Che tette. Che belle le rosse. Che belle le tette. Perché, poi, non si sa, è solo grasso. A me non piacciono i grassi. Le persone grasse. Sessualmente intendo, non ho niente contro le persone grasse in quanto tali. È solo che non ci andrei a letto. Vabbè, mai dire mai. Anche perché sto mettendo su pancetta. Chi l’avrebbe mai detto. Dovrei darmi una mossa, fare jogging… no, correre, meglio. Jogging sembra uno di quei termini da siti porno. Sexycheerleadersfuckingandjogging.com. Preferisco correre. In spiaggia magari. È più dura ma diminuisce i traumi alle articolazioni. Lo so perché Ronaldo si allena così. Anche lui ha la pancetta. Scommetto che Ronaldo non ha mai mangiato una granita. Una Vera Granita. Se ingrasso piacerò ancora alle donne? O meglio, se ingrasso piacerò mai alle donne? Mah… Comunque anche i grassi scopano. Prendi John Belushi. Non nel senso di riesumarlo. Prendi ad esempio John Belushi… Se la spassava. Però poi è morto. Che comunque moriremo tutti. Che senso ha tutto questo? Che diavolo ci facciamo qui?
─ Che cazzo di senso ha?!
Nessuno. Vita di merda. Una bella granita al caffé, ecco cosa ci vorrebbe…
Il sole si faceva sentire, mi faceva sfrigolare il cervello come una padellata di fritto misto. Decisi di attraversare la strada e cercare un posto dove riposare sul lato opposto alla spiaggia. L’ombra mi fu subito di giovamento e riuscii a concentrarmi sul racconto. Era la storia di questo tizio che doveva fare questa certa cosa e per farla doveva andare in quel posto. A mettergli i bastoni tra le ruote però c’era quest’altro tizio che ce l’aveva con lui per via di quella tizia che… Gli americani hanno fatto un film con questa trama, ma io l’avevo pensata prima, giuro.
Finalmente trovai una panchina al riparo dal sole e mi accomodai. Il marmo era piacevolmente fresco sotto il sedere.
Quasi non feci caso alla ragazza.
─ Mi stai seguendo?
Girai appena la testa, curioso di sapere con chi ce l’avesse. Trasalii incontrando il suo sguardo fisso su di me, oltre il fumo della sigaretta da cui stava prendendo una lunga boccata.
─ Scusa? ─ dissi, accennando un sorriso imbarazzato.
─ Sono stufa. ─ mi comunicò, ─ Stufa di tipi come te.
Ovviamente mi sfugge qualcosa, pensai. Ovviamente non fa sul serio.
─ Vorrei davvero capire una buona volta cosa vi fa credere che seguire e abbordare una ragazza per la strada possa funzionare.
Faceva sul serio.
─ No, senti…
─ Del resto se lo fate significa che con qualcuna funziona. Giusto?
Alzai le spalle, improvvisamente incapace di articolare suoni sensati.
─ Qual è la tua battuta?
─ Come?
─ Dai, la tua frase di aggancio, la battuta d’apertura, quella che avresti detto se non avessi mandato all’aria i tuoi piani.
Non era particolarmente bella. Il naso leggermente ingobbito e gli occhi piccoli contrastavano con la forma arrotondata e dolce del viso. Mi chiesi se davvero era stata infastidita così di frequente, al punto da riconoscere in ogni passante un possibile molestatore.
─ Ti stai sbagliando. ─ dissi cercando di rassicurarla. ─ Io sono qui per scrivere.
─ Scrivere?
─ Sì. Sono uno scrittore.
Rise, dei suoni brevi e aspri, aghi pungenti sotto la carne. Diede un altro tiro alla sigaretta, scuotendo la testa con espressione divertita. Quindi soffiò fuori il fumo e le parole.
─ Te lo concedo, questa era originale. Quasi mi dispiace aver rovinato tutto.
─ Ascolta, non mi interessa se mi credi o no. ─ Tentai di dissimulare la stizza dietro un sorriso poco convinto. ─ Non ti stavo seguendo, punto e basta.
Mi scrutò, titubante, per alcuni secondi.
─ E cosa scrivi?
─ Racconti… anche altra roba…
Sembrava che avessi finalmente fatto breccia tra le sue sconclusionate convinzioni e fosse disposta a concedermi il beneficio del dubbio. Drizzai la schiena e sostenni sicuro il suo sguardo.
─ Oh, bello… ─ disse. ─ Posso vedere? ─
Indicò il quaderno che torcevo tra le mani.
Perché stavo torcendo un quaderno tra le mani. Lo vedevo bene, a pochi centimetri da me, sentivo la superficie liscia della copertina sotto i palmi. Conteneva dei testi per canzoni, strapieni di love, dream e baby. E anche una rima unica al mondo: sex e Tex. Sì, lui, il ranger. Ma non è come sembra.
Mi sentii avvampare.
─ No… cioè, non c’è niente qui…
─ Niente?
─ No, non ho ancora cominciato…
Si mise a ridere, davvero divertita stavolta. Gettò il mozzicone di sigaretta sull’asfalto. Poi si alzò e mi rivolse un’ultima occhiata beffarda.
─ Sai, è incredibile, anch’io sono una scrittrice! E’ vero, non ho mai scritto niente, però… Spero proprio che non stiamo non scrivendo la stessa cosa.
Prese a camminare, lasciandomi lì come un fesso. Non poteva andarsene via così, dovevo dirle qualcosa.
─ Sono uno scrittore! ─ urlai.
Lei fece un gesto con la mano, come fossi una mosca da scacciare, senza girarsi indietro. Continuai a guardarla finché un tizio ansimante mi passò davanti correndo, interrompendo il contatto.
Guardai il mare. Era azzurro e calmo.
Dovevo scrivere qualcosa, qualsiasi cosa. Infilai la mano in tasca ma non trovai niente. La penna, la mia penna vergine, non c’era più. Balzai in piedi e mi frugai dappertutto, senza successo. Cercai ovunque, sulla panchina, in terra.
Poi tornai a sedermi.
Dovevo dire qualcosa.
─ Sono uno scrittore. ─ mentii.