29/03/08

Italiaans


A Pasqua Amsterdam è un catalizzatore di neve, grandine, pioggia, vento, ci tiene a mostrare tutto il campionario del maltempo, come fosse un prodotto tipico, come se ne rivendicasse la paternità. Il cielo ha imprevedibili sbalzi d'umore, eppure la neve di Amsterdam non si trattiene, giusto una visita veloce che quasi non lascia tracce. E la grandine non fa troppo male, picchietta senza picchiare, e la pioggia non inzuppa, o forse sono io che non la sento bagnarmi, confusa nel freddo che mi stringe quando mi fermo o quando il vento spinge più forte. Ma se cammino, e cammino tanto, il freddo fatica a farsi strada tra gli strati di maglie che mi ricoprono e si accontenta di azzannarmi alle gambe, le quali sopportano in silenzio.
Amsterdam è sbilenca, antica e bellissima. I suoi palazzi con i tetti spioventi, accalcati, addossati uno all'altro, si spintonano per guadagnare spazio e si trattengono per paura di cadere nei canali, sulle anatre che scivolano indifferenti. Gli edifici vecchi di secoli non dimostrano la loro età, sono lucidi, arzilli, dal portamento distinto, la schiena ancora dritta, fanno impallidire i nostri palazzi ancora giovani ma già decrepiti e stanchi di vivere. I palazzoni moderni ad Amsterdam sono un'eccezione, alieni relegati nelle periferie che non trovano spazio nel cuore caldo della città. Qui, nel centro, le costruzioni più recenti si mimetizzano umilmente con i loro antenati, senza disturbare.
Un mare di turisti da ogni parte del globo affolla le strade, mille lingue diverse ci passano accanto e ci si abitua a presto. Gli italiani vengono identificati a chilometri di distanza, pure se non stiamo cantando "Volare" e non indossiamo la felpa FIAT e non stiamo addentando una mozzarella e non sbottiamo in bestemmie colorite, anche se camminiamo semplicemente, a testa bassa e mani in tasca, magari qualcuno ci urta e dice Scusa, in italiano, o magari una prostituta ci urla dietro offerte in termini a noi comprensibili e non possiamo fare altro che piantarci in mezzo alla strada e perquisirci in cerca di segni di italianità, a chiederci perché non possa essere scambiata per spagnolità o grecità o qualsiasi altra mediterraneità. Non lo sapremo mai.
L'atteggiamento degli indigeni sembra oscillare tra due poli opposti, tra l'ospitalità estremamente cordiale, spesso amichevole, e il fastidio evidente per l'invasore che non si preoccupa nemmeno d'imparare a salutare nella lingua del posto e che rumina una manciata di termini inglesi, con una pronuncia imbarazzante che ha l'effetto di unghie su una lavagna. Ma sopportano senza troppa fatica, ripagati dal costante flusso di danaro che inonda la città. Gli unici a insultarci sono i ciclisti, tra una scampanellata e l'altra. Procedono spediti, guizzando tra i passanti, molti in sella a bici sprovviste di freni e come uniche armi il campanello e le loro voci che ci apostrofano con epiteti incomprensibili. Sono bravissimi, non ne vedo cadere nemmeno uno, non assisto a nessun incidente anche se ci spero.
Il Red Light District è un formicaio assonnato di giorno che si risveglia e si riempie col buio, accendendosi di neon e squallore. Le ragazze osservano i pesci al di là del vetro, trascinati dalla corrente. Ogni tanto picchiettano con le nocche per attirarli, sorridono, alcune condividono la vetrina, parlano tra loro divertite, scherzano, i loro commenti fanno da contrappunto ai nostri. Altre non nascondono la noia, sembrano manichini spogli durante il cambio di stagione. Un paio compongono sms, indifferenti al passeggio. Mi chiedo cosa scrivano. Forse gli stessi messaggi scocciati di una segretaria che non vede l'ora di staccare.
Nelle strade più esterne del quartiere i sexyshop si alternano ai coffeeshop e agli spacciatori di cibo. Certe pietanze esposte sembrano già digerite e garantiscono l'intossicazione. Cucine orientali dagli effluvi viscosi si succedono a pessime imitazioni di pizze e a sandwich derivati dalla plastica. È difficile trovare un luogo di ristoro che non infligga un duro colpo allo stomaco o al portafoglio.
Con occhi avidi bevo Amsterdam e mangio la neve. La faccia è l'unica parte del mio corpo che affronta l'aria fredda del nord, mentre incrocio gruppetti di britannici in maniche corte, mentre olandesi senza guanti pedalano sulle loro bici-passeggino e i bambini seduti nelle cassette assaporano l'aria frizzante, mentre atleti in pantaloncini continuano imperterriti la loro corsa, mentre un bambino biondo con la maglia dell'Ajax insegue un pallone.
Rabbrividisco sotto il mio cappello peruviano, il giubbotto imbottito, la giacca di angora, il lupetto misto lana, la maglia in cotone caldo, e allora mi viene il dubbio. Che questi sono davvero ariani e io sono un misero essere inferiore.
Italiano.

6 commenti:

gb ha detto...

... e così sei ancora vivo...

ossimorosa ha detto...

Il solito italiano che si lamenta, tsz!

E così sei ancora vivo (cit)

Ed! ha detto...

ehehehhe XD

davide furno' ha detto...

Ciao Angelo.
Si, ho iniziato a lavorare per DC.
Scalped è una figata e non mi hanno chiesto di cambiare segno o cose del genere, così come dovrebbe essere...
Appena ho un minuto posto qualche tavola.
Grazie per il tuo incoraggiamento.
Ti ho mandato una mail.
Dagli un' occhiata.
Dav.

Claudio ha detto...

guarda che i freni sono a pedale,e NON sono da provare per nessuna ragione al mondo

madmac ha detto...

sì, lo so che sono a pedale. tranquillo, mi sono reso conto anch'io che, in quanto essere inferiore, è stato meglio che non li abbia provati.